






Dal Messico all'Argentina a bordo di un glorioso furgone Volkswagen







Non avevo mai viaggiato da sola. Sola avevo fatto moltissimi spostamenti, alcuni dei quali prevedevano vari giorni di cammino, situazioni assurde e complicate. Sola avevo spesso girovagato per metropoli in attesa di qualche volo o treno su cui salire. Da sola avevo anche fatto le valigie per raggiungere un posto di lavoro in un altro continente, nel quale avrei piano piano costruito una nuova vita. Ma non avevo mai fatto lo zaino per andare in un posto con il solo obbiettivo di conoscerlo e stare bene senza la compagnia di nessuno. Era ora di farlo!
Fino a pochi minuti prima della mia partenza sono stata tentata di supplicare Massi a venire con me ma, un pó per orgoglio un pó per cocciuta, sono salita da sola sul bus per la Guajira, regione della Colombia al confine con il Venezuela con una meta in mente: il Cabo La Vela, una punta tra l'oceano e il deserto sabbioso, il posto più a nord dell'America del Sud.
DAL FINESTRINO
Il bus sta per partire, un poliziotto fotografa il viso di ognuno di noi passeggeri, ora sì che mi sento al sicuro... abbandono il corpo sul sedile. Per raggiungere il luogo ci vorranno quasi due giorni di autobus, ho con me un buon libro e vari interrogativi: come mai in Colombia c'è un deserto di dune? E che cosa ci farò io da sola in un deserto di dune?
Guardare dal finestrino degli autobus è terapeutico, l'ho sempre pensato. Vedere il paesaggio scorrere via, scivolare insieme a case, alberi e persone in modo innaturale è un concentrato di impermanenza, ciclicità, accettazione, abbandono. Mi obbliga a riflettere perché non posso ritenere nulla, tutto scorre troppo velocemente. Sono sola e senza obblighi, finalmente fuori da Cartagena e senza argentini nel raggio di parecchi metri (la Colombia ne è invasa)... che sollievo! Il mio umore migliora di ora in ora. Le ultime quattro ore di viaggio le passo sfrecciando tra i cactus in un pick-up che pensavo si sarebbe cappottato ad ogni curva tanta era la roba che trasportava: casse di biscotti, bottiglie di gazzose, zaini, borsoni, turisti ed indigeni in parti uguali.

E finalmente, il Cabo La Vela: una sterminata spiaggia color ruggine circondata da terra rossa e cactus, qualche capanna di legno, di fronte il mare celeste ed immobile. Se non fosse stato per il vociare di qualche bimbo in lontananza si sarebbe detto un villaggio abbandonato. I pochi turisti si diluiscono nella lunga spiaggia. Cammino fino all'ultima capanna e mi accomodo nella casa di Reinaldo e suo figlio Kanner di cinque anni che mi offrono una amaca nella loro capanna. Il tempo sgocciola come una clessidra inceppata. Qualcosa mi dice che qui mi annoierò a morte. Poi succede la prima magia: mi si inceppa la zip della felpa e uno sconosciuto si avvicina per aiutarmi a sistemarla. Un gesto semplice e familiare, senza indecisioni né malizia, come potrebbe fare una madre. Così faccio amicizia con Thiago e Daniel, due brasiliani in vacanza. E' impressionante come quasi non ci sia bisogno di spiegazioni tra noi; parliamo delle nostre emozioni più profonde e ci capiamo perfettamente. La luna è piena e si fa alta in cielo.
SOLA
Thiago e Daniel ripartono l'indomani per punta Gallina. Io resto in compagnia del mio anfitrione indigeno Reinaldo, che guarda il tempo scorrere seduto su una sedia e del piccolo Kanner che non ha compagni di gioco a parte una gallina. Poco lontano ci sono anche tre argentini fumati e silenziosi con cui ogni parola scambiata sembra sempre fuori tono. Mi sento in un piccolo esilio, un isolamento autoimposto dopo essere stata circondata da tante persone che mi vogliono bene, un amore che diviene perfino difficile da gestire. Massi mi manca in modo stridente. Cammino per il deserto fino alla spiaggia del faro. Panorama mozzafiato, il mare cambia colore ogni mezz'ora, nuda tra il deserto e l'acqua fredda e turchina, il cuore è in sospeso, il cervello non smette di parlarmi perché ora, dopo tanto tempo, si sente ascoltato.
ESERCIZI DI APERTURA
Dopo due giorni in solitaria inizio a fare esercizi di apertura: “Ciao, mi chiamo Nico, posso fare colazione con voi?”, “Ciao, come va con il Kit-surf?”, “Piacere, posso sedermi qua con voi?”. Mi avvicino ai turisti e attacco bottone con tutti, non mi vergogno, non ho paura, non mi interessa il giudizio degli altri. Sto imparando che ogni persona... è come una scatola di cioccolatini: non sai mai quello che ti capita! (Forrest Gump).
I miei anfitrioni vivono al limite della sussistenza, i pochi soldi che gli do io li usano per comprare il riso, la lenticchia e le candele ma in questo luogo tutto è carissimo. Non c'è luce nonostante poco lontano ci sia un mega impianto eolico, la cui energia è destinata a Medellin e le altre città industriali, non certo agli indigeni Wayuu. Qui si trova anche una delle principale miniere di carbone della Colombia e un treno lunghissimo porta via tonnellate e tonnellate di carbone ogni ora.
Non c'è acqua neanche per cucinare e Kenner mi chiede allo sfinimento di regalargli acqua. Dopo tre giorni che mi lavo in acqua salata Reinaldo mi invita ad una laguna di acqua dolce e, armati di secchi e saponi, camminiamo per quasi una ora lungo quella che sembrerebbe la savana africana. La pozza d'acqua non ha un coloro incoraggiante ma quando iniziamo a lavarci, prendendoci a secchiate d'acqua e facendoci lo shampoo a vicenda, diventa una festa. Il piccolo Kenner ride a crepapelle con il suo sorriso sdentato e si fa fotografare con i miei occhiali da sole. Piccole gioie desertiche.
“Vorrei conoscere una ragazza che mi assomigli, con cui passare tutto il giorno a parlare. E per favore che non sia argentina!”. Mi concentro, dicono che all'universo bisogna chiedere ed io chiedo. Ed ecco un altra magia! Non ne conosco solo una, bensì tre: Katia, una trentenne russa, giornalista, viaggiatrice, in crisi di astinenza da computer, ha occhi verdi e umore nero che mi ricordano la mia amica Arianna; e Ivonn di Bogotá, che studia sociologia, ama viaggiare, sogna di andare tra i guerriglieri del Chiapas e combina pantaloni a fiori con magliette a bolli. Facciamo un gruppetto niente male e parliamo, parliamo, parliamo. Dalle loro bocche escono frasi che rappresentano perfettamente i miei pensieri. E' incredibile scoprire di assomigliare tanto a delle perfette sconosciute, di tre continenti diversi! Cuciniamo la peggior ricetta del mondo, ridiamo, scopriamo insieme nuove spiagge e cerco in loro risposte alle mie domande, quelle che da tempo sono senza risposta.
E' passata una settimana. Non ho specchi e posso solo immaginare lo stato dei miei capelli. Sento però che i miei occhi hanno una luce speciale: la consapevolezza che anche da sola posso andare. Nella notte al Cabo, accucciata nella mia amaca, sentivo l'Universo abbracciarmi e proteggermi. Questa era la sensazione che stavo cercando.
IL RITORNO
L'ultima mattina mi svegliano delle grida... in italiano: quattro turisti insultano una giovane guida turistica. Salto giù dall'amaca e vedo che si stanno per prendere a schiaffi. “Abbiamo pagato per venire in questo posto di merda?” gridano sottolineando bene la parola merda e da un certo punto di vista non gli si può dar torto. Cerco di fare da traduttrice e da “mediatrice culturale” ed effettivamente gli animi si calmano. Alla fine ci offrono un passaggio di ritorno che accettiamo ben contente. Buchiamo una gomma, poi l'auto si blocca. Katia, Ivonn ed io ridiamo e ci abbracciamo. Poi i nostri cammini si dividono, forse ci rivedremo? Chissà! Ci ringraziamo. Il mondo è pieno di donne meravigliose!
Quando arrivo a Santa Marta chiamo Massi per incontrarci. Mentre aspetto inizio a chiacchierare con una signora che vuole sapere tutto di me, dell'Italia e della mia famiglia. Poi si commuove e mi dice che sua figlia è morta il 4 di febbraio dell'anno scorso. E' lo stesso giorno in cui abbiamo iniziato il nostro viaggio.
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DOV'È LA STRADA?
Sapevate che tra Panama e la Colombia (o sia tra l'America Centrale e l'America del Sud) non esiste la strada?! Io confesso che non lo sapevo! Il problema non è il canale di Panama, quello che unisce i due oceani e che si puó facilmente attraversare su eleganti e modernissimi ponti. L'intoppo è il cosí detto Tappo di Darién, un centinaio di chilometri di foresta che non è mai stato tagliato dall'asfalto.
Che curioso! L'asfalto ha tagliato in due l'Amazzonia, si è fatto il tunnel sotto la Manica e c'è una strada pure sotto il Gran Sasso! Perché invece proprio a metá del continente americano i GPS impazziscono? La risposta non la so, ma posso dirvi le conseguenze pratiche: la Banana (il nostro furgone) è dovuto salpare su container per il modico prezzo di 800 dollari + tasse e cosí tutte le merci che viaggiano da nord a sud, quelle da sud a nord, ma anche quelle che vanno da ovest a est e da est a ovest!!! Noi invece abbiamo dovuto scegliere tra salire su un volo o avventurarci via mare in una zona dimenticata e semi disabitata (vedi racconto successivo). Dal punto di vista economico, l
a mancanza di strada non fa una piega! Posso solo immaginare le conseguenze del Tappo di Darien, una foresta dove pochi si possono addentrare, nei traffici illegali di droga, armi e migranti.
Nell'era della globalizzazione, Eduardo Galeano troverebbe tra Panama e la Colombia un ulteriore esempio del suo “mondo sottosopra”.

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DECISIONI BAGNATE
Cielo o mare? Acqua o aria? Ci è costata parecchia fatica la decisione su come raggiungere la Colombia da Panama: un'oretta di comodo volo o una imprecisata quantità di giorni in mare, rimbalzando tra le isole un arcipelago cosí piccole e dimenticate da non apparire nemmeno nelle mappe? Indovinate la risposta!
Spedito il furgone in un container dal malfamato porto di Colón (Panama) con destino Cartagena (Colombia) e salutata Ana che ha scelto l'aereo, Massi ed io abbiamo raggiunto un piccolo molo nel golfo di San Blas. Questa zona è una riserva naturale composta da quasi 400 isolotti, alcuni dei quali minuscoli, tra le acque cristalline del mare dei Caraibi, dove vivono gli indigeni Kuna Ayala.

Davide (uno dei 4 italiani), Massi ed io ci guadagniamo i posti in prima fila: all'inizio il viaggio tra gli isolotti era incantevole ma, usciti in mare aperto, il gioco si fa duro. Ad ogni onda prendevamo dei gavettoni tali che era necessario sputacchiare l'acqua per intrattenere conversazione con il vicino; Massi piangeva in aramaico antico mentre la sua schiena si sbriciolava, vertebra per vertebra, per i colpi della barca; dietro di noi i Kuna Ayala ridevano e gridavano felici come se stessero sulle montagne russe, mentre il capitano (un sosia di Hugo Chávez) scrutava l'orizzonte e guidava l'imbarcazione con indosso una maschera da sub; al suo fianco gli altri italiani, Sara, Tiziana e Luca sembravano abbastanza verdognoli! Quando, completamente bagnati, Davide dichiara: “Mah, almeno (l'acqua) è calda!” ci prende un attacco di risate isteriche fino a destinazione: l'isola di Caledonia.
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L'ISOLA DI CALEDONIA
Tutta l'isola di Caledonia era in lutto ed aspettava l'arrivo della n
ostra imbarcazione; il molo era pieno di indigeni e indigene con i loro vestiti tipici, in uno spettacolo degno del film Mission. Gli uomini invece sono piú occidentalizzati ma il vestito tipico prevede camice verdi o azzurre intenso, cappello e pantalone nero; hanno uno stile niente male alla Jakson Five. A completare il quadro surrealista, sul molo tra gli indigeni ci sono pure due giapponesi! Poco dopo siamo di fronte ad un piatto di polipo e banane fritte, finalmente con i vestiti asciutti!
Ma le sorprese stanno solo per iniziare: quella sera c'è il funerale di un anziano del villaggio, morto di prostata a 82 anni. Dopo la cena, mi infilo nella capanna piú grande dell'isola dove tutto il villaggio é riunito nella penombra: il morto è steso su un amaca, la vedova canta una melodia struggente in lingua kuna, si brucia incenso attorno al fuoco. Alcune donne si siedono accanto a me ed iniziano a spiegarmi le loro tradizioni: non si puó piangere altrimenti gli spiriti negativi verranno all'isola; il lutto si esprime cantando e una persona per volta improvvisa una canzone che racconta dei momenti vissuti assieme. In questo caso la vedova ringraziava il defunto per aver vissuto cosí tanti anni e non aver lasciato orfani i suoi figli.
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FESTEGGIANDO CON I KUNA
A Cartí, un altra isola, la fortuna vuole che possa assistere alla festa per la prima mestruazione di una adolescente. È un gran evento e vengono amici e familiari dalle isole vicine. Alla ragazzina vengono tagliati i capelli per la prima volta e la famiglia prepara la chicha per tutti, una bevanda della fermentazione della canna da zucchero. Ovviamente anche lí, mi sono infilata dentro!
Tutti bevono e fumano a volontá, anche le donne che si abbracciano e ridono ubriache. L'accoglienza è grandiosa: dopo pochi minuti avevo un vecchietto ebro che dormiva sulla mia spalla facendomi sentire perfettamente integrata alla festa!
- Sta notte balliamo! - Mi dicono.
Ed effettivamente quando scende la sera, iniziano a ballare in cerchio, tenendosi per mano: il ritmo lo marcano con le mani e con i loro stessi passi, mentre dei vecchietti che cantano al centro del cerchio.
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IN ALTO MARE

Questo è un indimenticabile regalo. Questo dei kuna ayala è un equilibrio fragilissimo, vederli è come sfogliare un libro cosí consunto che le pagine si sfarinano sotto le mani. Qui i bambini non vengono a chiederti monete, né regali: grazie al Bambino Gesú! Allora esistono ancora posti non del tutto contaminati!
Ma come si difenderanno i Kuna Ayala dal turismo di massa che inizia ad arrivare, dal consumismo che approda con le prime televisioni? Al turista dicono di portar via la propria immondizia, ma chi ci crede piú alla favola del “turismo responsabile”? Sono domande a cui gli stessi Kuna stanno cercando di rispondere.
Di notte, sull'amaca chiudo gli occhi e mi vedo di nuovo in alto mare.

Circa una volta all'anno, inizia a prudermi. Qualche anno mi facevo cogliere di sorpresa ma ora sono abituata e ai primi sintomi lo riconosco: infezione alle vie urinarie. In Salvador mi auto-medicavo chiedendo in farmacia l'antibiotico necessario. Avevo smesso di andare dal medico dopo l'esperienza di Sensuntepeque, dove avevo dovuto litigare con un pseudo dottore che dopo aver provato a ricoverarmi nella sua clinica privata, mi aveva ricettato 8 tipi di medicine diverse e si era arrabbiato enormemente al mio rifiuto di comprarle ovviamente nella sua farmacia privata e carissima. Non potevo accettare che le cure mediche fossero cosí care, spudoratamente lucrative per medici e case farmaceutiche.

Fatta questa premessa, arrivo in Nicaragua ed inizia a prudermi. Mi dicono che c'è un ospedale a un isolato dalla piazzetta centrale e un pó per curiosità, un pó per necessità mi infilo dentro, con una sensazione che me ne sarei pentita.
Dopo l'accettazione mi mandano con un foglio complilato a mano a una posta chiusa che dice semplicemente “medicina”. Busso, mi aprono uno spiraglio di porta da cui riesco a spiare un sovraffollamento preoccupante. Prendono il foglio e prima di sbattermi la porta in faccia riesco a sentire: "La chiamiamo noi!".
Mi siedo insieme a decine e decine di persone, in un grosso salone verde scuro le cui pareti avrebbero avuto bisogno di una rinfrescata. Quanto dovró aspettare io per una infezione? Sono le otto di sera e mi preparo a passare buona parte della notte in ospedale, ma qualcosa mi diceva di restare.
Invece, dopo una mezzora, una infermiera grida il mio nome non senza qualche storpiatura. Entro nella stanza sovraffollata: c'è una anziana in gravi condizioni con sua figlia che piange mentre parla con una dottoressa, ci sono vari medici, tutte donne e vari pazienti, tutti insieme appassionatamente. La mia dottoressa è giovane e sorridente "Mi chiamo Jaqueline e sono studentessa di medicina al sesto anno".
Le spiego i miei sintomi ed inizia a visitarmi su una sedia, quasi non posso muovermi, circondata da altri medici e pazienti e non riesco a smettere di guaradre la vecchia in condizioni gravi.
Jaqueline mi ascolta e dice che sono necessari delle analisi di urina e sangue per confermare che si tratti una infezione alle vie urinarie. Mi manda al laboratorio, al secondo piano, con due striscioline di carta scritte a mano. Un altro praticante mi prende il sangue, è lento ma delicatissimo. In un cesto trovo dei barattoli di vetro (tipo barattoli di olive o marmellata) nel quale devo fare la pipí: il bagno è chiuso e devo fare la pipí in fondo a un corridoio buio "Venga a prendere i risultati: li lasciamo su questo tavolino tra due ore!".
Invece dopo una ora erano giá pronti, li trovo lá dove indicato. Scendo di nuovo e Jaqueline mi riceve immediatamente, mi spiega tutti i valori e il loro significato e alla fine mi ricetta degli antibiotici e delle pastiglie per la febbre, nel caso mi venisse. Nella farmacia dell'ospedale mi danno tutto.
Conclusione: ospedale pubblico gratuito e, nonostante i vasetti delle olive, di buona qualitá. Successivamente scopro che in Nicaragua anche l'educazione è pubblica e gratuita, che l'acqua del rubinetto è perfettamente potabile, che di notte la gente esce perché la cittá è sicura, che il Municipio organizza una sfilata di costumi tipici... tutte cose per niente scontate da questa parte dell'oceano.
E mi ricordo di una canzone che dice: Nicaragua Nicaraguita, pero ahora que ya sos libre te quiero mucho más (Nicaragua, ora che sei libera, ti amo ancora di piú.).
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RISERVE NATURALI
Dicevamo che in Nicaragua non sarebbe stato facile lavorare. Incece, come sempre, tutto il contrario!
Arriviamo ospiti qua a MontiBelli, alle pendici del vulcano di Masaya. Una ex fazenda di caffè, abbandonata negli anni 80 a causa del crollo dei prezzi, con l'abbandono è stata occupata dal bosco e dagli uccelli ed quando la famiglia Belli, di origini italiane, l'ha comprata ha deciso di farne una riserva naturale privata di circa 20 ettari, con delle calde costruzioni di legno che fungono da stanze per gli ospiti e ristorantino.

Dalle seggiole a dondolo sulla veranda si possono osservare uccelli di tutti i colori che vengono a bere a dei vasi di ceramica; un albero centenario stende i suoi rami di oltre 30 metri, come una mano che acchiappa la luce del cielo. Non potevamo credere ai nostri occhi quando ci hanno messo a disposizione le stanze con enormi finestre sul bosco e una tavola imbandita con la cena pronta. Ci hanno offerto ospitalitá in questo luogo a cambio di uno spettacolo in una scuola qui vicina.
Al guardarci intorno Ana ed io abbiamo iniziato a urlare di felicitá, per poi renderci conto che ci sentivano tutti!!!
Siamo partiti dal Messico e pioveva; siamo entrati in Guatemala e pioveva; siamo usciti dal Guatemala e pioveva e siamo entrati in El Salvador e pioveva.
Entrati e usciti... ma da dove? Da cosa?

Cosa insolita le frontiere! Una linea sulla cartina, un ufficio squallido in mezzo al nulla. Ma piove sia di qua e che di lá, “nell'altro paese”. Cosa cambia passando una frontiera?
La economia: dal Peso messicano al Quetzal del Guatemala, dal Quetzal al Dollaro; cambiano i presidenti: da Calderón a Colón, da Colón a Funes; cambiano i nomi delle pompe di benzina: da Pemex a Shell, da Shell a ESSO.
Però il paesaggio selvaggio é solo uno, la gente soffre per le stesse miserie, lo stesso sfruttamento, la stessa tormenta tropicale chiamata “12E”.
(Ana)
Allarme rosso
Vari paesi dell'America Centrale ed alcuni stati del sud del Messico, hanno vissuto ad ottobre una situazione molto critica. Le piogge torrenziali e le centrali idroelettriche, che accumulano acqua fino all'ultimo momento per produrre più elettricità possibile e poi aprono le loro dighe violentemente, hanno provocato forte inondazioni.
Il risultato è fame, tristezza e violenza.
La gente ha perso tutto: la casa, il raccolto e l'allegria. Questa situazione si ripete di anno in anno e ogni volta è peggio. Ma mentre questa parte del mondo agonizzava, l'altra parte che faceva? Qualcuno se n'è accorto? Che notizie sono arrivate? Leggere il giornale significa informarsi?
Non so qual'è la situazione a questo problema che ricorre ogni anno.
Quello che so è che mentre ciò succedeva, la Cooperativa Banana si trovava nel mezzo di questa tormenta e abbiamo deciso di sommarci a una Carovana della Risa, organizzata da Kali Naualia, un centro sociale autonomo di donne e lesbiche di San Salvador. Così abbiamo visitato vari centri dove si trovava la gente alluvionata e per qualche ora abbiamo condiviso con loro un momento, riuscendo a fargli dimenticare l'acqua per farli ridere con la nostra opera di teatro e altri giochi ricreativi.
E come succede sempre in questi momenti di emergenza, ci sono quelli che si approfittano delle disgrazie e in questi centri ci siamo incontrati con gli adepti della Chiesa del Tabernacolo, una chiesa evangelica che portavano delle torte mostruose, caramelle e un megafono a tutto volume con i versi biblici come musica di fondo.
Poi si trovava GANA, una scissione del partito di destra ARENA, che arrivavano ai rifugi con giochi, doni e propaganda elettorale. C'era anche l'azienda proprietaria della diga idroelettrica che regalava materassi... quanti Babbi Natale!
(Ana)
El Salvador, amore sfortunato!
Mi sentivo a casa: le facce, i cartelli pubblicitari, gli abbracci, la zuppa di fagioli, tutto ci indicava che eravamo ritornati a casa. Però la pioggia non cessava di picchiare violenta: un uragano senza nome e, di conseguenza, senza aiuti internazionali, nonostante migliaia di persone siano rimaste alluvionate e abbiano perduto tutto. Gli abbracci ritrovati si mescolavano ai disastri: mi ricordavo bene dei primi ma non dei secondi.

Ci eravamo dimenticati della vulnerabilità di questo piccolo paese, deforestato ed inquinato, dove molti vivono in case di lamiera ai bordi di montagne troppo fragili o accanto ai fiumi senza argini. Ci eravamo dimenticati della sfortuna di questo paese che 20 anni di governi di estrema destra hanno votato all'ingiustizia sociale, al disastro ambientale, alla delinquenza, al narcotraffico, al riciclaggio.
Mi sentivo innamorata di un amore sfortunato.
FRAGILI COME TARTARUGHE

spiaggia di Los Cobanos, all'ora del tramonto, un centinaio di tartarughe Golfine appena nate hanno percorso il breve tratto che unisce la terra e l'oceano. Piccoli esseri neri che muovevano scoordinatamente le alette, lente ma senza indecisioni, hanno puntato verso la grandezza dell'oceano e le sue onde violente. L'arrivo di ogni onda le sorprendeva facendole rotolare con violenza, rovesciandole nella loro fragilità. Così piccole ma coraggiose: solo una su mille sopravvive e alcune di loro sembravano saperlo: a tratti restavano immobili osservando quella immensa vastità che deve essere registrata in qualche parte del loro DNA. Eppure intraprendevano il cammino e presto sparivano ai nostri occhi inghiottite dalle acque verso il loro destino sconosciuto.
In loro, la vita si rivela fragile, eppure irrefrenabile. La paura non può vincere, occorre vivere.
IL SECONDO ARRIVEDERCI DANZANTE

La solidarietà e la creatività degli amici de El Salvador è davvero ineguagliabile! Se la nostra seconda festa di addio è stata un successo (la prima fu a febbraio), è grazie a tutti loro: grazie a Ivan che ha messo un posto di Tarocchi ed ha letto le carte a piú di 20 persone; Andrea e Edver hanno passato varie ore editando dei video da proiettare; Luis si è vestito da presentatore televisivo e ha fatto il ridicolo molto bene; il Chino ha messo la miglior musica del mondo ; Virginia ha sottratto il proiettore dal suo ufficio nel pieno della notte; Vladi, Begonia e Fernando ci hanno messo a disposizione la casa incondizionalmente e sono addirittura andati a dormire da un'altra parte, Pamela si è teletrasporata via Skype e la lista delle dimostrazioni d'affetto potrebbe continuare…

Alla fine abbiamo venduto 10 casse di birra e non c' era persona alla festa che non indossasse la nostra maglietta: tutto era una allegria! Abbiamo ballato e riso fino all'alba...anzi fino all'arrivo della polizia!!!
Arrivederci amici, ci mancherete!!!
Il cielo di San Cristobal riesce ad essere veramente bello e vicino. Le casette colorate adagiate sulle colline morbide di questo altopiano circondato di monti boscosi, salite leggere srotolano filmini di casupole basse e colorate. Qui intorno i famosi territori liberati dal movimento zapatista.
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ACTEAL, IL ZAPATISMO SENZA ARMI
A Acteal, una delle comunitá zapastiste su queste montagne, un gruppo di ragazzi e bambini stanno preparando una semplice opera di teatro in ricordo del massacro di 47 persone del villaggio, uccisi nel '97 da un gruppo di paramilitari.
Acteal è un villaggio che aderisce alla cosí detta Rivoluzione Zapatista, ma che non ha seguito il cammino delle armi: ad Acteal la rivoluzione di fa con il digiuno e la preghiera, secondo gli insegnamenti di Ghandi e delle teoria della non-violenza.
Il gruppo, di circa venti adolescenti e qualche bambino, si riunisce in un capanno di legno e lamina, con l'aiuto di Josefina, una teatrante argentina che ho conosciuto in questi giorni e che mi ha invitato a conoscere il villaggio. I piú grandicelli hanno visto il massacro, sono sopravvissuti scappando o fingendosi morti ma hanno person i loro familiari e la loro innocenza: non possono dimenticare quel 22 dicembre di 14 anni fa.
I ragazzi sono molto timidi, sopratutto le ragazze che vestono gli abiti tradizionali, mentre i ragazzi vestono all'occide

ntale. Le ragazze parlano solo in lingua indigena Tzotzil (anche se sospetto che sappiano parlare spagnolo), mentre i ragazzi usano entrambe le lingue. Per tutti loro è molto difficile par
lare a voce alta o guardare negli occhi e devono fare un grande sforzo sul palco, per farsi ascoltare, non coprirsi la bocca, non dare le spalle al pubblico, insomma superare la vergogna.
Josefina li aiuta, li incoraggia e propone esercizi teatrali. Ogni sua frase viene tradotta in Tzotzil, ma spesso i ragazzi ha
nno troppa vergogna e non riescono a fare neanche gli esercizi piú semplici.
- Qui si impara cos'è la pazienza! - mi dice in auto, mentre torniamo a San Cristobal - Qui le persone hanno un ritmo completamente diverso, per montare questa piccola opera ci è voluto piú di un anno!
E poi, dopo un breve silenzio, come se stesse cercando di convincere se stessa, riprende:
- Ma alla fine, questa è la loro maniera di fare teatro e va bene cosí!
Nelle zone rurali, la vergogna è un fenomeno culturale diffusissimo. Moltissimi si vergognano di essere indigeni, si sentono inferiori ai bianchi, sfuggono perfino il nostro sguardo. Qui, l'80% della popolazione è indigena e nonostante ció sono discriminati se, ad esempio, cercano lavoro o vanno all'universitá con i vestiti tipici.
Per i giovani è un problema: conservare le proprie radici culturali anche a costo di essere emarginati? Per me, invece, la domanda è sempre la stessa: perché in questo mondo non c'è spazio per tutti?
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LA DOLCE VITA
Il viaggio è molto riposante in questo periodo. Riceviamo in prestito la casa di uno spagnolo, che attualmente si trova in Europa, a due passi dal centro. Non ci resta da far altro che godersi la tranquilla vita di San Cristobal, di godere il presente, di avere a disposizione tutto il tempo per fare tutto ció che ti piace. Ogni giorno puoi decidere se fare una passeggiata, andare a lezione di canto, fare yoga a casa, bere caffé sui tavolini all'aperto, fare spesa al mercato, chiacchierare sulle strade, pisolare tutto il giorno sul divano, fare scarpette all'uncinetto, vedere un film in un centro culturale, leggere un romanzo, visitare un paese vicino e mille, mille altre opzioni. C'è tutto il tempo! E' un regalo, sopratutto se penso alla vita di corsa che la maggior parte delle persone è costretta a fare. E poi, come dice Elfio (mio padre), la gente finisce per dimenticarsi i figli in auto.
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CARAMELLE PER L'ANIMA
La nostra opera di teatro sull'ambiente entra a pennello in un programma chiamato "Escuelas Verdes", a cui molte scuole aderiscono e quasi tutte le mattine abbiamo una replica. Visitiamo circa quindici scuole, di ogni tipo: scuole povere nelle quali i professori pagano di tasca loro l'opera di teatro pur di realizzare il teatro per i loro alunni e scuole super lusso dove la direttrice piange miseria e ci paga la metá dei soldi pattuiti.
Ascoltare centinaia di bambini che ridono tutti insieme è una emozione unica.
Nella scuola di San Felipe, nella periferia povera di SanCristobal, circa 400 bambini indigeni (che probabilmente non avevano mai visto il teatro) alla fine dello spettacolo, hanno fatto una fila lunghissima per riempirci di baci e "grazie". I loro "grazie" erano caramelle per l'anima.
Nella scuola Pinguino, invece, dove si applicano metodi di insegnamento basati sull'ascolto, la relazione umana, l' ecologia, eccetera, i ragazzini ci hanno tirato i loro calsetti, hanno fatto confusione tutto il tempo e ci guardavano come storpi sul marciapiede.
Ed è cosí che un'altra volta le cose appaiono sottosopra.
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TRE GIORNI CON JOVANOTTI
Jovanotti è stato a casa nostra! L'abbiamo conosciuto qui a San Cristobal durante l'organizzazione di "un sabato per la madreterra". Era proprio lui, anche se ha un forte accento brasiliano e diceva di chiamarsi Achille!
Nella "Casa del Pan", centro culturale lungo il viale pedonales Real de Guadalupe, abbiamo avuto una piccola funzione di ¿Qué onda con la Mamá?Ambiente familiare, poco pubblico ma generoso e sopratutto tanto buonissimo cibo vegano a pranzo e a cena, cucinato appunto da Jovanotti in persona! wow!
Grazie a lui, Ana ed io abbiamo assistito al documentario Earthlings, un analisi minuziosa e dettagliata di tutte le sofferenze e torture che gli animali soffrono a causa nostra. Ho avuto un pugno allo stomaco per varie ore, nausea e voglia di vomitare; dubito che riusciró di nuovo a mangiare della carne. Forse è il momento di un altro cambiamento!
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LOS TRICLETAS: UNA FAMIGIA IN BICICLETTA
(www.tricletas.blogspot.com)

- Io sono un bambino viaggiatore - dice Nahuel tra il serio e il giocoso - io ogni giorno dormo in una casa diversa!
- E qual è la casa che piú ti é piaciuta fino ad ora? - gli chiedo.
- La casa dei pompieri! - dice lui sorridente, ricordando quella volta in cui hanno dormito in una stazione dei vigili del fuoco.
Nahuel è incredibilmente indipendente, per l'etá che ha: per esempio si mette a letto da solo e quando si sveglia, se i suoi dormono, si mette a giocare parlando a bassa voce. E' capace di inventare storie che non finiscono mai, incrociando quello che ha visto con quello che immagina, e improvvisamente ti da un gran abbraccio o ti stampa un bacio in bocca. Nahuel vive il presente (come fanno tutti i bambini) con la differenza che per lui il presente è un pozzo di incontri e conoscenza da cui puó attingere senza limite.
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¡ADIOS MEXICO!
Lunedí, ultimo spettacolo in una scuola e poi si scende verso El Salvador. Abbiamo passato in Messico 8 mesi, 245 giorni, 5.952 pienissime ore. Sapevamo che questo paese é molto bello, ma non immaginavamo tanto! Ripartiamo alleggeriti di parecchi chili (nel caso di Massi) e apparati tecnologici (rubati) ma pieni di emozione, apettative e nostalgia. ¡Adiós México!